Riabilitazione del Pavimento Pelvico

Riabilitazione del Pavimento Pelvico

 

 

La riabilitazione del pavimento pelvico è una pratica clinica con una lunga storia ma solo da pochi anni ha avuto, perlomeno in italia, una accelerazione del suo processo di diffusione: perché?

Tra i principali motivi vi è il fatto che tutta la sfera del pavimento pelvico e ciò che ne concerne, quindi organi genitali, apparato riproduttivo e escretore risultano essere ancora un tabù. Facci caso, difficilmente si sente parlare di problematiche fisiche durante i rapporti sessuali, di perdite di urina dopo aver partorito, o di dolori durante il ciclo mestruale.

Sicuramente questo è dato dal fatto che si tratta di argomenti intimi, ma allo stesso tempo la poca informazione condanna molte persone a dei rimedi che sono solo dei palliativi, o che hanno lo scopo di “limitare i danni”, solo perché non sanno che ci potrebbe essere una soluzione definitiva o magari più completa mediante l’aiuto di un fisioterapista specializzato. Talvolta anche “solo” un programma specifico di esercizi può regalare grandi soddisfazioni!

Cosa si intende per pavimento pelvico?

Con il termine “pavimento pelvico” si fa riferimento alla superficie posta alla base del bacino. Sono stati individuati tre diversi strati muscolari che ti elenchiamo qui di seguito:

  • diaframma pelvico: che è formato dall’elevatore dell’ano, un muscolo che comprende tre diversi ventri muscolari che hanno il coccige come perno. Questi tre fasci sono ileo-coccigei, ischio-coccigei e pubo-coccigei. Questo diaframma rappresenta lo strato più profondo del pavimento pelvico;
  • diaframma urogenitale: risulta essere attraversato dall’uretra e dalla vagina e comprende il muscolo trasverso profondo del perineo e i legamenti posti tra pube e uretra. Questo diaframma, se visto in sezione anatomica assomiglia ad un triangolo che ha per base una linea immaginaria che collega le due tuberosità degli ischi, i lati sono le due branche ischio pubiche e vertono verso la sinfisi pubica;
  • area superficiale degli sfinteri: è costituita di 4 porzioni muscolari:

– muscolo costrittore della vagina;

– muscolo trasverso superficiale del perineo;

– muscolo ischio-cavernoso;

– muscolo sfintere dell’ano.

Riabilitazione del pavimento pelvico, in cosa consiste?

Prima di tutto ci teniamo a sfatare un mito: la riabilitazione del pavimento pelvico non riguarda solo le donne ma anche gli uomini. Tra le caratteristiche principali c’è infatti il trattamento, la prevenzione e la cura di condizioni di incontinenza sia essa fecale o urinaria che possono essere presenti sia nel sesso femminile che in quello maschile.

Il primo grande lavoro che effettua il fisioterapista in questo ambito è sicuramente utilizzare una serie di strategie che permettano al paziente di prendere coscienza della muscolatura pelvica, di conoscerla, e successivamente passare agli esercizi specifici, che possono avere allo scopo di rinforzare o rilassare la muscolatura.

Vengono utilizzati degli accessori specifici?

Durante la prima seduta il fisioterapista effettuerà un colloquio informativo specifico andando ad effettuare un’anamnesi completa del paziente per intraprendere una corretta terapia comportamentale. Durante le sedute di Riabilitazione del pavimento pelvico si può ricorrere all’ utilizzo della terapia fisica strumentale quale biofeedback che consente al paziente di vedere il grado di contrazione e rilascio della sua muscolatura pelvica attraverso uno schermo e l’utilizzo di elettrodi nella cavità vaginale o anale. Si può utilizzare in caso di dolore anche una stimolazione elettrica antalgica o Tecarterapia con specifici manipoli per l’utilizzo vaginale.

In caso di ipotonia dei muscoli pelvici, invece, è possibile utilizzare elettrostimolazioni per aumentare la capacità contrattile. Durante il ciclo riabilitativo il fisioterapista utilizzerà anche accessori come i coni di kegel, per il rinforzo dei muscoli interni della vagina. Per gli esercizi propriocettivi come tavolette, palle di varie dimensioni, elastici che aiuteranno il paziente ad eseguire un allenamento più funzionale alle attività di vita quotidiana.

La riabilitazione pelvica oltre agli esercizi prevede specifiche tecniche di terapia manuale che vengono eseguite sia esternamente che internamente al pavimento pelvico.

 

Indicazioni per la riabilitazione del pavimento pelvico

Le condizioni dolorose e non, che vengono trattate con questo tipo di riabilitazione sono molte e qui di seguito elencheremo le più frequenti:

  • Incontinenza urinaria da sforzo, da urgenza o mista di cui parleremo nel dettaglio nel paragrafo successivo.
  • Incontinenza fecale.
  • Prolassi di vescica, utero, retto.
  • Dispareunia o dolore sessuale.
  • Disfunzioni sessuali.
  • Dolore pelvico cronico.

 

Incontinenza urinaria

In italia la percentuale è compresa tra l’8 e il 53% a seconda degli studi. La prevalenza di incontinenza urinaria nelle donne varia dal 10 al 40%. La prevalenza di incontinenza urinaria negli uomini sopra i 65 anni è minore rispetto alle donne. Solo il 20 % delle donne con incontinenza urinaria cerca un aiuto da un professionista sanitario.

L’incontinenza urinaria, come suggerisce il nome, è la perdita involontaria di urina e si suddivide in:

  • incontinenza urinaria da sforzo, quando la perdita involontaria di urina è presente durante gli sforzi (tossire, starnutire…)
  • incontinenza urinaria da urgenza quando la perdita involontaria di urina è accompagnata da un impellente e improcrastinabile bisogno di urinare
  • incontinenza urinaria mista quando la perdita involontaria di urina è associata ad urgenza e anche sforzi.
  • I fattori di rischio per l’incontinenza urinaria femminile sono:
  • gravidanza e parto
  • menopausa
  • invecchiamento
  • fattori iatrogeni come interventi chirurgici
  • sovrappeso
  • stazione eretta prolungata

i fattori di rischio nell’ uomo sono di tipo iatrogeno come ad esempio l’intervento chirurgico prostatico e/o uretrale.

I principi su cui e basata la riabilitazione del pavimento pelvico in caso di incontinenza urinaria sono:

  • rinforzare l’attività sfinterica uretrale e anale
  • rinforzare la muscolatura pelvica qualora venga diagnosticato un’ipotonia dei muscoli del pavimento pelvico
  • ripristinare la coordinazione e sinergia addomino-perineale
  • consigliare un adeguato e corretto comportamento minzionale.

Esercizi per il pavimento pelvico

Il perineo o pavimento pelvico è quel complesso di muscoli che sostiene tutti gli organi addominali. L’allenamento della muscolatura perineale rappresenta un’ottima strategia per combattere e prevenire molti fastidiosi disturbi, tra cui l’incontinenza urinaria. L’indebolimento dei muscoli pelvici provoca una discesa del collo della vescica; questo, a sua volta, causa un cattivo funzionamento dello sfintere interno che non riesce a rimanere chiuso in maniera soddisfacente in caso di sforzo anche minimo.

Contraete e tirate in dentro i muscoli attorno all’ano e alla vagina contemporaneamente, come se volesse trattenere la pipì. sollevandoli VERSO L’ALTO all’interno. Dovreste avvertire una sensazione di “sollevamento” ogni volta che contraete i muscoli del pavimento pelvico. Cercate di trattenere saldamente tale contrazione contando fino a 8 prima di lasciar andare e rilassarvi. Dovreste provare una distinta sensazione di “abbandono”. Ripetete l’esercizio (contrazione e sollevamento) e rilassatevi.

È importante riposarvi per circa 8 secondi tra una contrazione e l’altra. Se non riuscite a trattenere la contrazione per 8 secondi, cercate di trattenerla il più a lungo possibile. Mentre eseguite gli esercizi:

✔️non trattenete il respiro;

✔️contraete e sollevate soltanto;

✔️NON contraete le natiche;

✔️mantenete rilassate le cosce.

 

Per saperne di più leggi l’articolo completo  :

https://www.fisioterapiaitalia.com/terapie/riabilitazione-pavimento-pelvico/

 

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Radiofrequenza in Fisioestetica

Radiofrequenza in Fisioestetica

Il termine “radiofrequenza” fa riferimento a segnali elettromagnetici le cui frequenze vanno da 30 KHz a 1000 MHz nello spettro elettromagnetico. La caratteristica di questi segnali elettromagnetici è quella di generare calore quando attraversano un tessuto biologico.

La radiofrequenza, in FisioEstetica, utilizza dispositivi all’avanguardia, dotati di manipoli che generano onde elettromagnetiche. Le onde attraversano l’epidermide e raggiungono i tessuti sottostanti emettendo calore (tra i 35°C e i 60°C). Questi strumenti provocano un surriscaldamento controllato che, a contatto con la pelle di viso e corpo, determina uno shock termico positivo, e stimola la produzione di nuovo collagene da parte dei fibroblasti. Ma non finisce qui. L’effetto termico, quando trasmesso a maggiore profondità, comporta la vasodilatazione, favorendo la circolazione sanguigna, riducendo la ritenzione idrica e incrementando l’apporto di ossigeno ai tessuti.

 

Come funziona la radiofrequenza in fisioestetica e in fisioterapia dermatofunzionale

La radiofrequenza nei centri fisioterapici, a differenza di quelli estetici, utilizzano frequenze ottimali e producono onde radio più intense in grado di raggiungere più tessuti. I risultati sono più consistenti e duraturi.

La profondità della penetrazione della radiofrequenza dipende dalla potenza, dalla frequenza, dalle dimensioni dell’elettrodo e dall’impedenza del tessuto (ossia la forza di opposizione del tessuto al passaggio della corrente). Con la radiofrequenza il calore può essere trasferito fino al livello del derma più profondo, raggiungendo anche il grasso sottocutaneo, migliorando di conseguenza il flusso del microcircolo, riducendo la stasi linfatica e stimolando la produzione di elastina e collagene.

Benefici della radiofrequenza in fisioestetica

Che cosa succede nel nostro corpo quando il calore prodotto dalla radiofrequenza raggiunge i vari tessuti?

DERMA : a livello del tessuto del derma è presente il collagene, formato da proteine. Quando il calore causato dalla radiofrequenza attraversa l’epidermide e raggiunge il derma provoca la denaturazione termica delle proteine che formano il collagene. In seguito alla denaturazione di queste proteine proteine viene stimolata l’attività dei fibroblasti, i quali, non solo produrranno nuovo collagene, che andrà a sostituirsi a quello vecchio, ma produrranno anche nuove fibre elastiche e nuovi glicosamminoglicani, tutti elementi fondamentali per il mantenimento di una pelle giovane, soda e tonica.

ADIPE: quando il calore formatosi grazie al trattamento di radiofrequenza raggiunge l’ipoderma, si assiste a un incremento del microcircolo e alla riduzione dell’accumulo di liquidi, determinando un miglioramento della cellulite e un effetto lipolitico.

La radiofrequenza risulta quindi essere uno strumento per la cura degli inestetismi sia del corpo che del viso. È in grado, infatti, di stimolare i naturali processi enzimatici e il microcircolo andando quindi a migliorare condizioni estetiche quali:

  • Cellulite
  • Smagliature
  • Cuscinetti di adipe localizzato
  • Rughe
  • Colorito spento della pelle
  • Linee d’espressione
  • Lassità cutanea
  • Produzione di sebo
  • Macchie della pelle
  • Occhiaie
  • Borse
  • Edemi dovuti a rinoplastica e liposuzioni.

Inoltre, la radiofrequenza si è rivelata utile anche nel trattamento del dolore cronico.

Tutti possono fare trattamenti di radiofrequenza?

La Radiofrequenza, pur essendo un trattamento non invasivo e assolutamente indolore, è sconsigliata a pazienti che hanno:

  • Infezioni locali,
  • Gravidanza e allattamento in atto,
  • Peacemaker,
  • Cardiopatie o aritmie cardiache,
  • Tumore in atto,
  • Malattie auto-immuni,
  • Epilessia,
  • Ferite non completamente rimarginate,
  • Eventuale sensazione di dolore-bruciore,
  • Presenza di deficit di sensibilità,
  • Coagulopatia e tromboflebiti in atto,
  • Neurostimolatori impiantati transcutanei,
  • Epifisi in crescita.

La Radiofrequenza, così come l’Ossigenoterapia e la terapia con le Onde d’Urto, sono trattamenti che stimolano la rigenerazione cellulare. È quindi fondamentale rispettare il turnover cellulare (il rinnovamento cellulare avviene ogni 28 giorni nel nostro organismo) e, dopo la prime sedute, con cadenza trisettimanale, è bene continuare il trattamento con un richiamo a distanza di 15 giorni, al fine di ottenere i massimi risultati.

Ogni seduta può durare dai 20 ai 60 minuti. Un ciclo completo prevede, in media, 10-20 sedute, a seconda del tipo di inestetismo da combattere.

 

Per saperne di più leggi l’articolo completo  :

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/radiofrequenza-fisioestetica/ 

 

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Linfodrenaggio

Linfodrenaggio

Il drenaggio linfatico manuale è una delle tecniche utilizzate in quella che viene definita TERAPIA DECONGESTIVA COMPLESSA ad oggi considerata il trattamento d’eccellenza per i problemi linfovenosi. Della terapia decongestiva complessa fanno parte tecniche quali:

  • Drenaggio linfatico manuale
  • Bendaggio multicomponente
  • Terapia elettromedicale coadiuvante
  • Cura della cute
  • Utilizzo di calze o bracciali elastici
  • Esercizio fisico
  • Controllo del peso corporeo

In particolare il DLM è un massaggio dolce e ritmico eseguito da un fisioterapista opportunamente formato. 
Viene messo in pratica senza utilizzare oli o creme e la seduta ha una durata variabile a seconda delle zone che devono essere trattate. 

Al termine del trattamento la cute non deve apparire arrossata e il paziente non deve percepire nessun tipo di dolore. Prima di iniziare il drenaggio, il terapista eseguirà una opportuna valutazione al fine di comprendere come impostare il trattamento stesso ed individuare eventuali controindicazioni assolute.

 

Quando si usa il linfodrenaggio?

Il drenaggio linfatico manuale viene utilizzato in tutti i casi in cui vi è un rallentamento della circolazione linfatica e venosa, per cause di varia natura. 

Lo scopo del drenaggio linfatico manuale è quello di incoraggiare il fluido linfatico in eccesso ad allontanarsi dall’area gonfia in modo che possa essere riassorbito efficacemente. 
Questo è possibile nel caso in cui i vasi siano integri. Nel caso in cui i vasi siano danneggiati o malfunzionanti, il drenaggio linfatico manuale aiuta a “spostare” i fluidi in altre zone funzionanti per favorirne il riassorbimento.

 

Indicazioni per il drenaggio linfatico manuale

  • Linfedema per il quale si possono riconoscere cause primarie o secondarie. 
    Cause primarie sono rappresentate da anomalie congenite del sistema linfatico siano esse morfologiche o funzionali. Il linfedema è una patologia cronica e progressiva che può essere già presente alla nascita ma spesso può manifestarsi in età più o meno avanzata. Talvolta si può riconoscere una causa scatenante quale una bruciatura cutanea, una puntura d’insetto o altro. Cause secondarie per eccellenza sono gli interventi chirurgici con asportazione linfonodale. Il rischio di sviluppare un linfedema aumenta se viene associata radioterapia. 
  • Insufficienza venosa profonda Sistema linfatico e venosonon possono anatomicamente essere considerati come completamente separati essendo per conformazione simili seppure non uguali. Pertanto in caso di insufficienza venosa con edema degli arti e tendenza alle ulcere venose, il linfodrenaggio è un utile supporto terapeutico. 
  • Lipedema Spesso confuso con un semplice problema estetico.
    Si tratta in realtà di una vera e propria patologia. Il lipedema è una malattia progressiva che si manifesta quasi esclusivamente nel sesso femminile. È caratterizzato da un accumulo atipico di tessuto adiposo inizialmente sui fianchi e sulle cosce. La donna con lipedema tende ad avere la vita stretta e i fianchi molto larghi. 
    Manifesta la tendenza a procurarsi lividi con facilità e percepisce come dei piccoli noduli sottocute.
  • Chirurgia ortopedica, vascolare, estetica ecc.
    Ogni tipo di intervento chirurgico provoca un edema transitorio. 
    Il riassorbimento veloce di tale edema è importante al fine di raggiungere in tempi brevi una guarigione completa e un rapido ripristino delle normali funzioni di quel distretto corporeo. 
  • Gravidanza
    Non vi è nessuna controindicazione al drenaggio linfatico nel caso la donna in gravidanza percepisse le gambe pesanti e gonfie. 
    Dopo un opportuno controllo medico che escluda eventuali complicazioni generali, il linfodrenaggio può rappresentare un ottimo strumento per gestire i mesi della gravidanza in modo completamente naturale.

 

 Quali sono le principali tecniche di linfodrenaggio?

Le prime tecniche di drenaggio linfatico manuale sono state sperimentate dal danese Dr Vodder e dalla moglie negli anni ’30 osservando pazienti con sinusite cronica e altri disordini immunitari.

Il Dr Vodder mise a punto un insieme di tecniche basate su movimenti di pompaggio ritmici eseguiti con una o due mani in direzione prossimo distale. Partendo dal lavoro del Dr Vodder, il Dr Leduc sviluppò il suo metodo che si differenzia per un numero inferiore di manovre eseguite con una diversa manualità.

Entrambi i metodi riconoscevano fosse necessaria una pressione nell’esecuzione delle manovre che non superasse i 30-40 mm di mercurio. 
Si riteneva infatti che pressioni maggiori potessero far chiudere i vasi linfatici dai quali la linfa non sarebbe potuta così defluire.

 

Come si svolge una seduta di drenaggio linfatico manuale?

Se il terapista non vi conosce, vi chiederà alcune informazioni di base per valutare se possibile inserirvi da subito in trattamento oppure richiedere prima una consulenza medica.

Se potrete essere immediatamente sottoposti a DRENAGGIO LINFATICO MANUALE, vi verranno fatte delle fotografie e prese delle misure centimetriche e volumetriche.

Questo sistema permetterà una valutazione oggettiva dei cambiamenti dell’edema stesso.

In caso di linfedema importante può succedere che il terapista scelga di applicare un bendaggio compressivo già in prima seduta e drenare le zone scoperte dal bendaggio.

Nel caso in cui il bendaggio non fosse necessario si provvederà a drenare le zone in cui sono presenti la maggior parte dei linfonodi e si utilizzeranno manovre manuali per spostare i liquidi che si sono accumulati verso le maggiori zone di scarico. La direzione sarà sempre da prossimale a distale.

Per ricevere un trattamento di DRENAGGIO LINFATICO MANUALE sarà necessario scoprire le zone da trattare.

Il massaggio verrà eseguito su di un lettino fisioterapico in posizione supina, prona e sul fianco. 
La frequenza delle sedute varia da caso a caso e non può essere prevista se non dopo valutazione del singolo caso. 
Al termine del trattamento, verranno insegnati esercizi di respirazione profonda per sfruttarne i benefici a livello del sistema linfatico e circolatorio.

Come previsto dalla TERAPIA DECONGESTIVA COMPLESSA di cui il linfodrenaggio è parte integrante potrebbe essere necessario per mantenere i risultati raggiunti, l’utilizzo di calze o bracciali contenitivi soprattutto in caso di problematiche croniche quali il linfedema, il lipedema e l’insufficienza venosa.

CONTROINDICAZIONI 
Controindicazioni assolute sono rappresentate da:

  • tumori maligni non trattati
  • infiammazioni acute
  • stati febbrili
  • trombosi venose in atto
  • edemi da insufficienza cardiaca non compensata farmacologicamente.

 

 Per saperne di più leggi l’articolo completo  :

https://www.fisioterapiaitalia.com/terapie/linfodrenaggio/ 

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Esercizio Fisico e Fibromialgia

Esercizio Fisico e Fibromialgia

L’esercizio fisico a bassa intensità migliora la catastrofizzazione del dolore e altri aspetti psicologici e fisici in donne con fibromialgia

 

LO SCENARIO

La fibromialgia (FM) è una condizione cronica caratterizzata da un dolore diffuso associato ad altri sintomi fisici, come la fatica o la diminuzione della capacità fisica, e alterazioni psicologiche. Una di queste ultime è la catastrofizzazione del dolore, un costrutto psicosociale specifico del dolore, che include l’elaborazione cognitiva ed emotiva, il senso di impotenza, il pessimismo e la ruminazione sui sintomi legati al dolore.

La catastrofizzazione del dolore è stata associata alla gravità del dolore e alla disabilità, e viene considerata un fattore di rischio per la cronicizzazione del dolore. Inoltre, ha dimostrato di diminuire l’accettazione del dolore che, a sua volta, può aggravare la sintomatologia. L’accettazione è più bassa nei pazienti con FM, il che è stato collegato a un più alto grado di disabilità e a una minore qualità della vita.

Altre alterazioni psicologiche che possono aggravare la sintomatologia della fibromialgia sono l’ansia e la depressione. Queste, insieme ad alti livelli di stress, sono state indicate come fattori precipitanti e/o perpetuanti di questa condizione e sono inversamente correlati alla qualità della vita di questi pazienti. A questo proposito, è stato suggerito che più alto è il livello di catastrofizzazione del dolore, ansia e depressione negli individui con FM, maggiore è la loro sensibilità agli stimoli non dolorosi e la difficoltà ad affrontare il processo doloroso.

 

L’IMPATTO CHE HA SULLA VITA DI TUTTI I GIORNI

È interessante notare che la catastrofizzazione del dolore è stata anche inversamente correlata alla resistenza muscolare. Questa tendenza ha dimostrato di avere un impatto negativo sui sistemi neuromuscolare, cardiovascolare, immunitario e neuroendocrino. A sua volta causa un’alterazione della capacità funzionale, che può essere valutata sia oggettivamente che soggettivamente. Un declino oggettivo del condizionamento fisico ha un effetto dannoso sulla capacità di svolgere le attività della vita quotidiana, ma anche l’alterazione della percezione della capacità funzionale autopercepita può portare a un’effettiva inattività fisica e a un progressivo decondizionamento.

Il decondizionamento fisico può avere un impatto negativo sulla qualità della vita dell’individuo e sul suo rendimento professionale, che porta all’assenteismo.

 

COME INTERVENIRE

L’attuale gestione della fibromialgia è solitamente basata sul trattamento farmacologico che, nonostante sia altrettanto efficace di una terapia non farmacologica, ha maggiori effetti collaterali e una minore accettazione da parte dei pazienti. Uno dei più promettenti e convenienti approcci non farmacologici è l’esercizio fisico (PE). Così, sono stati proposti un certo numero di protocolli che prevedevano la resistenza aerobica, la flessibilità, protocolli combinati ed altre modalità, che hanno ottenuto miglioramenti principalmente nella qualità della vita, nel dolore, nella forma fisica, e depressione con carichi di lavoro progressivi adattati alle condizioni dell’individuo per promuovere l’aderenza.

 

LO STUDIO

In uno studio controllato randomizzato si è voluto analizzare l’effetto di un programma di esercizio fisico a bassa intensità, che combina l’allenamento di endurance e coordinazione, sugli aspetti psicologici (come catastrofizzazione del dolore, ansia, depressione e stress), la percezione del dolore (cioè, accettazione del dolore, soglia del dolore da pressione (PPT), e la qualità della vita e il condizionamento fisico (cioè, capacità funzionale autopercepita, resistenza e capacità funzionale, potenza e velocità) in donne con fibromialgia.

Trentadue donne con FM sono state assegnate in modo casuale a un gruppo che svolgeva esercizio fisico (PEG, n = 16), che svolgeva un programma a bassa intensità di otto settimane e un gruppo di controllo (CG, n = 16). Sono stati valutati prima e dopo l’intervento: la catastrofizzazione del dolore, l’ansia, la depressione, lo stress, l’accettazione del dolore, la soglia del dolore da pressione, la qualità della vita, la capacità funzionale autopercepita, la resistenza e la capacità funzionale, la potenza e la velocità. Si è osservato un miglioramento significativo in tutte le variabili studiate nella PEG dopo l’intervento (p < 0,05). Al contrario, la CG non ha mostrato miglioramenti in nessuna variabile, che ha inoltre mostrato valori più miseri per la PPT (p < 0,05).

In conclusione, un programma combinato di esercizio fisico a bassa intensità, che include allenamento di endurance e coordinazione, migliora le variabili psicologiche, la percezione del dolore, la qualità della vita e il condizionamento fisico nelle donne con FM.

 

Dott.ssa Francesca Vespasiano – Chinesiologa

[Low-Intensity Physical Exercise Improves Pain Catastrophizing and Other Psychological and Physical Aspects in Women with Fibromyalgia: A Randomized Controlled Trial – Ruth Izquierdo-Alventosa et al. Int J Environ Res Public Health – 21 Maggio 2020]

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Diastasi Post-Parto : quando la pancia non se ne va!

Diastasi Post-Parto : quando la pancia non se ne va!

Il gonfiore addominale che peggiora dopo i pasti, difficoltà digestive e dolori lombari, possono essere i primi campanelli d’allarme di una DIASTASI DEI RETTI ADDOMINALI a distanza di mesi dal parto.

Scopriamo insieme come riconoscerla.

La DIASTASI DEI RETTI ADDOMINALI viene definita come l’allontanamento dei due muscoli retti dell’addome, a causa di un rilasciamento dei tendini della linea alba e un cedimento della fascia che li congiunge longitudinalmente.

I fattori di rischio che predispongono alla DIASTASI DEI RETTI ADDOMINALI sono:

  • Età della gestante superiore a 35 anni
  • Grandi dimensioni e peso del feto
  • Aumento eccessivo del peso in gravidanza
  • Volume del liquido amniotico
  • Gravidanza gemellare
  • Altre gravidanze precedenti.

Altri fattori di rischio possono essere l’obesità e l’attività fisica elevata con eccessivi sforzi addominali.

A distanza di un anno dal parto, è stato osservato che una donna su tre presenta una diastasi dei retti addominali, con importanti ripercussioni sulla qualità di vita della persona che ne soffre, sia in termini di salute fisica che psicologica: anche se la donna ha partorito da più di sei mesi, a prima vista, sembra ancora incinta e questo crea un senso di disagio.

È importante ricordare che durante i nove mesi della gravidanza e soprattutto nell’ultimo trimestre, i muscoli retti dell’addome possono allungarsi fino a 15 centimetri, con conseguente e fisiologico allontanamento dei retti (diastasi), per adattarsi all’accrescimento dell’utero; nell’immediato post parto l’utero involve, i muscoli retti dell’addome tornano alle loro dimensioni, la circonferenza si rimodella.

Quando questo recupero non avviene, cioè quando permane un abnorme gonfiore addominale, è necessario prendere in considerazione una valutazione fisioterapica o medica, per intraprendere il trattamento conservativo e, se necessario, chirurgico.

La diastasi dei retti addominali risulta sintomatica nel 90% dei casi, per cui deve essere considerata non solo come problematica estetica ma soprattutto per il suo impatto sulla funzionalità di altri sistemi. 

I sintomi più frequenti di una diastasi sono:

  • Abnorme gonfiore addominale
  • Formazione di una cresta mediana, la cosiddetta “pinna”, che si forma in corrispondenza della linea alba
  • Eccesso cutaneo nella regione peri-ombelicale e smagliature peri-ombelicali
  • Ombelico estroflesso e possibili insorgenze di ernie a livello addominale
  • Fastidio alla pressione della linea mediana e percezione della pulsazione aortica
  • Dolori alla schiena e instabilità della colonna
  • Atteggiamento posturale in iperlordosi
  • Disfunzioni del pavimento pelvico con incontinenza urinaria o prolasso degli organi pelvici
  • Nausea, difficoltà digestive e respiratorie

La valutazione clinica può essere effettuata dal fisioterapista specializzato mentre la diagnosi viene effettuata dal medico mediante ecografia, oppure tramite risonanza magnetica o TAC.

La parte fondamentale della valutazione fisioterapica terrà in considerazione oltre alla distanza tra i retti, soprattutto la funzionalità della parete addominale, cioè la sua capacità di attivarsi correttamente in base alle attività o ai carichi, la funzionalità respiratoria e del pavimento pelvico, la postura.

Numerosi studi scientifici confermano l’influenza positiva dell’esercizio terapeutico addominale, attraverso il corretto reclutamento del muscolo trasverso dell’addome, una terapia comportamentale per la gestione dei carichi e un corretto reclutamento dei muscoli del pavimento pelvico.

L’obiettivo sarà dunque ottenere un addome non solo piatto e più bello a livello estetico bensì più funzionale per poter gestire al meglio le attività di vita quotidiana, associando un programma di rieducazione posturale e di trattamenti specifici di fisioterapia dermato-funzionale.

 

  • La diastasi addominale è strettamente correlata con instabilità lombo-pelvica Benjamin DR, 2014 Effects of exercise on diastasis of the rectus abdomins muscle in the antenatal and post natal periods: a systematic review.
  • La diastasi dei retti è associata a problemi uro ginecologici in circa il 54% dei casi. Spitznagle TM,Prevalence of diastasis recti abdominis in a urogynecological patient population.

 

Dott.ssa Alessandra Scarano , Fisioterapista 

Spec. nel trattamento delle disfunzioni del pavimento pelvico e riabilitazione dermato-funzionale

 

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Pavimento Pelvico in Gravidanza

Pavimento Pelvico in Gravidanza

La gravidanza rappresenta uno dei momenti più belli della vita di una donna, ed è nostro compito focalizzare l’attenzione delle future mamme sull’importanza del pavimento pelvico.

Il pavimento pelvico durante la gravidanza permette la continenza urinaria e fecale, sostiene l’utero che man mano cresce aumentando di volume e di peso ed ha un importante ruolo attivo durante la fase di espulsione del neonato.

Pur essendo eventi naturali e fisiologici, sia la gravidanza che il parto, rappresentano elementi di rischio che provocano inevitabilmente un indebolimento delle strutture fasciali e muscolari del pavimento pelvico.

Un pavimento pelvico debole o in disfunzione predispone a incontinenza urinaria, ovvero la perdita involontaria di urina, disturbo che si potrebbe avvertire in seguito ad uno starnuto, un colpo di tosse o dopo aver sollevato un peso! Successivamente al parto, invece, le lacerazioni spontanee e l’episiotomia possono predisporre a incontinenza fecale ed è frequente la presenza di dolore per compressione nel nervo pudendo nella fase espulsiva.

Per questo motivo già in gravidanza è possibile effettuare una valutazione dei fattori di rischio predisponenti al danno perineale per poter applicare interventi di prevenzione o agire già nell’immediato post parto.

Gli elementi di cui tener conto riguardano soprattutto il grado di elasticità della muscolatura pelvica, l’età della donna, la presenza di mutilazioni genitali, l’incremento ponderale, la presenza o meno di incontinenza urinaria e/o fecale durante la gravidanza.

Al momento del parto, invece,i fattori predisponenti riguarderanno ad esempio la tipologia di parto (vaginale o cesareo), grado di lacerazione, eventuale episiotomia, peso del bambino.

Numerosi studi hanno evidenziato l’efficacia del massaggio perineale a partire dalla 32°-34° settimana di gravidanza: attraverso questo auto-massaggio è possibile migliorare l’elasticità e l ossigenazione dei tessuti perineali, riducendo inoltre la probabilità di lacerazioni spontanee di terzo e quarto grado, e riducendo anche la necessità di episiotomia.

Studio -> Antenatal perineal massage for reducing perineal trauma Michael M Beckmann  Owen M Stock

Un momento importante per la “tutela” del pavimento pelvico è proprio quello dopo il parto in cui bisogna sottolineare l’importanza della gestione delle suture, dell’igiene perineale, la necessità del riposo,  il corretto metodo per svuotare la vescica e come favorire l’evacuazione.

È importante da subito fornire le informazioni riguardo la contrazione dei muscoli del pavimento pelvico e in particolare il suo utilizzo rispetto all’aumento di pressioni intraddominali per esempio durante il sollevamento di pesi ma non solo! Soprattutto in seguito a parti traumatici è fondamentale permettere alla donna di ritrovare quel contatto intimo prima di tutto con se stessa e permettere poi un recupero delle attività di vita quotidiana e una vita sessuale soddisfacente.

La valutazione perineale su 295 donne a tre mesi dal parto ha permesso di evidenziare:

  • Dolore alla palpazione nel 7,8% dei casi, contrazione perineale assente o accennata nel 39%, contrazione moderata nel 61%, incontinenza post parto nel 10,8%, assenza di rapporti nel 29% delle donne e dispareunia (dolore durante il rapporto) nell’ 11% dei casi.

Conseguentemente ad esercizi perineali si è apprezzato un netto miglioramento della sintomatologia per quanto riguarda il dolore, la forza, la durata della contrazione e la dispareunia .

Studio -> (Atti del 18° Congresso e-SIUD Studio prospettico utilizzando la SIUD ppd card per screenare le disfunzioni del pavimento pelvico dopo il part)

Concludendo, la gravidanza rappresenta un’occasione importante per prendere contatto finalmente con il nostro pavimento pelvico: l’ educazione alla salute perineale  può avvenire tramite illustrazioni, modelli anatomici, indicazioni sullo stile di vita e deve passare poi ad una presa di coscienza di questi muscoli per migliorare la percezione della contrazione e del rilassamento.

PERCEPIRE, ALLENARE E AUTOMATIZZARE per prevenire danni anche a distanza di tempo.

Dott.ssa Alessandra Scarano – Fisioterapista del Pavimento Pelvico

 

NON E' SOLO QUELLO CHE FAI, MA CIO' CHE PENSI DI FARE CHE FA LA DIFFERENZA.

NOI TI AIUTIAMO A FARLA!